
Eravamo grandissimi, ora siamo solo grandi e rischiamo di perdere ancora terreno ma, se useremo intelligenza e creatività, potremmo tornare a prenderci la leadership incontrastata. E’ più o meno questo il messaggio che le circa 10 mila aziende produttrici si sono date a VicenzaOro, in occasione della fiera invernale del settore che si è appena conclusa e che ha registrato un incremento delle presenze estere (futuri acquirenti, nelle speranze degli organizzatori) pari al 12%. Abbastanza per parlare di "inversione di tendenza" rispetto agli ultimi periodi. Quando le cose, appunto, si stavano mettendo abbastanza male.
La concorrenza dei paesi in via sviluppo, la terribile morsa di India e Cina in particolare, si fa sentire infatti anche nel settore del metallo giallo. I dati, impietosi, la dicono tutta sulla perdita di terreno: nell’export mondiale di gioielli l’Italia aveva una quota di pochissimo inferiore al 30% nel ’96, scesa al 29,1% nel 2000 e secondo gli ultimi rilevamenti disponibili precipitata a quota 17%; al secondo posto c’è l’India, con un 11,7% di quota mondiale, ancora ben distanziata ma con un trend di crescita impressionante: in dieci anni ha letteralmente raddoppiato la propria quota di export. Cosa ancora più preoccupante, questa è la fotografia più completa e aggiornata del settore, ma non molto recente: i dati, infatti, si riferiscono al 2004. Nel 2005 con tutta probabilità le cose sono ancora peggiorate.
Eppure, per il settore orafo la partita potrebbe essere tutt’altro che persa e anzi qualche spiraglio di ottimismo comincia di nuovo a circolare. Non a caso, le stime per il bilancio aggregato di settore realizzate dall’istituto di ricerca Pambianco ipotizzano per il 2006 un aumento del fatturato intorno al 67% e un incremento degli utili netti intorno al 33,5%. Per il 2007 i segnali di miglioramento sono ancora più forti secondo Pambianco e si rifletteranno positivamente su giro d’affari e redditività delle aziende. La ricetta per uscire dall’empasse, dalla concorrenza a basso costo dei paesi come India e Cina, è più o meno la stessa di altri settori del made in Italy: occorre puntare tutto sul lusso, sull’alto di gamma, sul marchio ("la brandizzazione" del settore) e su un marketing che caratterizzi molto l’oggetto, anche come canale di vendita (negozi monamarca, angoli specializzati all’interno di grossi complessi...).
«Insomma, occorre distinguersi per non estinguersi», sintetizza Corrado Facco, segretario generale di Vicenza Fiera (che realizza l’80% del suo fatturato con i tre appuntamenti annuali dedicati all’oro) «puntando molto sulle politiche di identificazione». Marketing giusto, ma anche innovazione tecnologica che rende più sofisticati e meno facilmente imitabili i prodotti anche a livello di macchinari, personalizzando i monili e abbandonando le produzioni a basso valore aggiunto. E’ il caso delle catene, ad esempio (non a caso il distretto orafo di Arezzo, specializzato nel catename, è quello che ha sofferto di più negli ultimi tempi) che sono state 9tralasciate o, in alcuni casi specifici, delocalizzate in aree in cui il costo del lavoro è più basso.
Tuttavia, la lavorazione di pregio, l’altissimo di gamma, restano appannaggio degli italiani e da questo settore, secondo il parere degli esperti, occorre ripartire per vincere la sfida. I numeri sono tali da richiedere il massimo sforzo di creatività e di attenzione: in Italia vengono prodotti gioielli e oreficeria per 6 miliardi di euro (terzo paese trasformatore al mondo, mentre fino a pochissimo tempo fa eravamo i primi) e di questi ben quattro vengono esportati. Non a caso questa voce è al quarto posto nella bilancia commerciale italiana, e in Europa siamo il primo paese come trasformatore di oro (nonostante la materia prima debba essere notoriamente importata). I primi tre distretti (Vicenza, Arezzo e Valenza Po) a livello occupazionale valgono quanto e più di Endesa, tanto per avere un termine di paragone, mentre come valore aggiunto superano nettamente quello dell’intera industria aeronautica francese.
A livello di macroaree, l’export orafo pesa per il 13% nell’area di Valenza Po, contro ad esempio il 29,5 dei filati di Biella o il 15,9 del visto di Asti, mentre l’oro di Arezzo nonostante tutte le crisi rappresenta ancora il 42,9% dell’export della regione, contro il 22,6% del marmo di Massa Carrara.
Insomma, il settore vale molto. Ma occorre far sì che torni ad essere tutto oro quel che riluccica.
(fonte:
La Repubblica, 29/01/2007)